Il profumo dell'accoglienza

05.03.2016 16:22

 

Sabato pomeriggio, cortile d’ingresso del convento dei Cappuccini.

Un buon odore di cipolla si espande nell’aria, mentre Padre Fabrizio, il grembiule allacciato in vita, si affaccia ad una porta e consegna le borse familiari ad alcune persone che attendono in piedi.

Mi dice che sarà impegnato ancora un po’ e chiede di aspettarlo dentro. Mi fa strada attraverso la cucina, non molto grande però funzionale. Mancano più di due ore alla cena, ma alcuni volontari sono già all’opera davanti ai fornelli, intenti a mescolare il soffritto adagiato in  pentoloni enormi e fumanti.

 

In un attimo ci troviamo nella sala adibita a mensa. Le sedie sono ancora sopra le tavole, ad indicare un’attenta pulizia quotidiana, non solo del  pavimento ma di tutto l’ambiente.

Padre Fabrizio ne tira giù due e mi fa accomodare chiedendo di avere pazienza per permettergli di ultimare la distribuzione delle borse.

Nell’attesa mi guardo intorno. La sala è molto semplice ma accogliente e l’arredamento non può che essere essenziale: tavoli, sedie e alcuni ripiani. Da un crocifisso in legno appeso al muro di pietra, Gesù volge lo sguardo in basso. Penso a come, tra qualche ora, la sala si riempirà della presenza e delle voci di oltre un centinaio di persone che siederanno attorno ai tavoli e mi domando se, in fondo, non siano anche loro quella “periferia” che papa Francesco invita a cercare e a raggiungere senza paura, per trovare Cristo. Ecco perché immagino che quel Gesù appeso alla parete di pietra non si senta proprio solo, qui, la sera. Perché il suo sguardo può posarsi su tante anime di passaggio. Sono gli ultimi di una periferia senza spazio e senza tempo, uomini soli, senza patria, senza casa, senza lavoro, senza fede, senza speranze, ciascuno con il proprio fardello di stanchezza, spogliato degli affetti, privato dei propri sogni. Uomini diversi per provenienza, per cultura, religione, per la natura della loro povertà e della loro sofferenza, ma uniti dalla fame. Perché la fame rende uguali e di fronte ad essa, ogni uomo impara a tendere la mano. Gesù non può sentirsi solo in questa mensa,  dove chi entra non ha che da esibire la propria patente di inchiodato, di crocifisso ad una croce difficile da portare anche per noi, seppur animati da tante buone intenzioni. Perché farsi cirenei di queste vite grame, talvolta equivale a violentare i nostri comodi schemi di vita, quegli stessi schemi che spesso rendono l’uomo insoddisfatto, incapace di accontentarsi, di gustare le cose semplici, di essere felice.

L’odore buono della cipolla avvolge ormai tutta la sala ed ogni cosa. Ma non può che essere così.  E’ il profumo dell’accoglienza, quello che attira gli affamati e li riunisce in questa mensa dove, seduto ad un tavolo o in piedi a servire, ciascuno impara a conoscere e ad apprezzare il sapore buono della condivisione. E, nella desolazione di tante tenebre esistenziali, ciascuno, seduto o in piedi, mettendo da parte le proprie ritrosie,  può diventare frammento di luce.

Il grembiule col quale Padre Fabrizio accoglie chi passa da qui non è solo l’emblema di un servizio inteso, in senso strettamente evangelico, come essenza qualificante della fede, ma è molto di più. Perché la carità è e deve essere di tutti e per tutti, al di là di qualunque credo. Chi presta servizio alla mensa è chiamato a vivere la carità, l’ospitalità e l’accoglienza verso i poveri. E fare tutto questo, secondo la visione francescana per la quale è dando che si riceve, è sicuramente un’esperienza arricchente dal punto di vista personale. Perché è vero, come diceva Raoul Follereau, che nessuno è così povero da non aver qualcosa da offrire agli altri, né così  ricco da non aver bisogno degli altri. E’ che spesso ci è difficile capire in che cosa e di che cosa abbiamo bisogno. Non solo, ma risulta più facile servire che farsi servire, mentre dovremmo imparare anche noi a tendere la mano, nel gesto umile e semplice di chi l’apre per chiedere. Gesto al quale, però, siamo poco avvezzi.

 

C’è molto da fare, qui alla mensa e di tempo da dedicare alle “chiacchiere” Padre Fabrizio di certo non ne ha molto. Pochi minuti di conversazione bastano tuttavia a confermare la voglia di contribuire, in maniera senz’altro più modesta ma sincera, al sostegno di un servizio prezioso ed insostituibile.

Uscendo, ripasso dalla cucina e l’odore buono della cipolla mi accompagna fino alla macchina. Immagino la coda umana che si formerà tra poco e che pure ne sarà avvolta. Ma tra qualche ora, l’odore di cipolla sarà per ciascuno il profumo dell’accoglienza, quello che ogni giorno chiama poveri e volontari ad incontrarsi in questa mensa, a servire e a farsi servire, in uno spirito di condivisione di cibo e carità.

Sulla via di casa penso a come la musica, in fondo, abbia pure un suo profumo. O, meglio, come essa stessa sia profumo. Un profumo che si propaga, percorrendo le più distanti e imperscrutabili latitudini umane, raggiungendo il cuore e l’animo delle persone e creando occasioni di incontro: incontro di affinità artistiche, incontro di emozioni, di sogni e progetti condivisi, di speranze e di attese, ma anche incontro di delusioni, amarezze, solitudini.

La musica accorcia le distanze e non solo quelle geografiche. E’ un ponte che avvicina. Così, un concerto, può diventare occasione per far conoscere l’importante e insostituibile ruolo della Mensa della Provvidenza e la cultura della solidarietà sulla quale essa si fonda. Far conoscere è fondamentale per  contribuire a sconfiggere le diffidenze e a tagliare il filo spinato di tante paure diffuse, poco adatte a risolvere le problematiche legate a queste povertà. Paure che allontanano e rendono difficili non solo l’integrazione, ma perfino le relazioni più semplici.

Cantare diverte e fa bene.  In un attimo trasforma l'umore e perfino l'espressione del viso. Cantare in compagnia, poi, è ancor più coinvolgente e travolgente: è  in parte dimenticare e in parte condividere ciò che si prova, rincorrendo note assieme alle persone che si hanno vicino. E’ il linguaggio col quale si entra in sintonia con esse, lasciando da parte ogni parola. E poi, la musica, ha il potere di dar vita a strepitosi cocktail emozionali, per cui è ancora più bello pensare di trasformare un concerto in un’esperienza condivisa, coinvolgendo il pubblico e mettendolo in grado di partecipare andando oltre l’ascolto e lo sguardo, gustando soprattutto col cuore. Ecco perché la musica è come un profumo che attira e viene gustato insieme.

E’ questo lo spirito che anima il nostro canto e che, nel caso del concerto a sostegno della Mensa,  ci avvicina a chiunque svolga un servizio al prossimo. Perché nel breve spazio di un concerto è possibile rivolgere un pensiero anche a coloro che, donando tempo ed energie, fanno della propria vita una musica. Come Padre Fabrizio e i volontari della Mensa e chiunque, in qualsiasi tempo e in qualunque contesto, metta a disposizione se stesso e i propri talenti. Uomini e donne, impegnati fianco a fianco in un servizio comune, tanto umile quanto prezioso. Mi piace pensarli come una  piccola orchestra in cui ciascuno, suonando il proprio strumento, può dar vita ad un’opera meravigliosa ma, suonando insieme agli altri,  può contribuire a fare di quest’opera una splendida sinfonia.

Daniela Carloni